GATTI O UMANI?

Gli passo accanto con un passo tranquillo. Lui resta fermo, mi guarda con gli occhi socchiusi, finge di essere rilassato ma in realtà è pronto a fuggire al primo accenno minaccioso. Mi fermo ad osservarlo, ho letto che chiudere e aprire lentamente le palpebre sia un segno di amicizia per loro, decido di farlo e lui mi risponde facendo altrettanto. Noto che,nonostante la bellezza  dei suoi colori, non sia messo poi così bene: il pelo è tutt’altro che folto, ricopre a malapena un corpicino estremamente snello, affamato. Ogni tanto si gratta violentemente le orecchie, segno che gli acari lo torturano costantemente a mo’ di acufene. Colgo soltanto adesso che quello sguardo assonnato trasmette vecchiaia, stanchezza continua, stordimento. Vorrei accarezzarlo, mosso da un’empatia travolgente, ma le pulci e lo sporco spaventano minacciosi il mio senso di pulizia borghese. Vorrei aiutarlo, prenderlo in braccio, portarlo a casa per permettergli  di uscire da quella condizione  di vagabondaggio disperato. Alzo lo sguardo, giro la testa e mi rendo conto di esser finito nel bel mezzo di una colonia di gatti randagi. È buffo, mi stavo illudendo di poter essere il salvatore di un gatto malridotto nel bel mezzo di altrettanti gatti malridotti. Decido di proseguire raddrizzando la schiena, osservando il cielo azzurro al di là delle cime degli alberi . La tristezza mi assale: quella speranza di salvataggio è la metafora dell’ impossibilità di un cittadino della classe media di rinunciare alle proprie comodità per aiutare il maggior numero di senzatetto possibile. Nel giro di qualche secondo mi rendo nuovamente conto che non riuscirei mai a rinunciare ai miei spazi per restituire un briciolo di speranza alle vite di quelle persone. La mia, la nostra individualità è troppo forte per permetterci di sostituire, al poco tempo che abbiamo a disposizione per raggiungere i nostri sogni, un gesto così nobile ma controproducente. E così non mi resta che giungere alla solita conclusione: è inutile voler rinunciare alla totale affermazione personale in  virtù del fatto che molte persone non hanno la possibilità di mangiare più di una mela marcia al giorno, sarebbe come buttare nel cesso quella condizione privilegiata che loro sognano (probabilmente sottoforma di incubo, in quanto irraggiungibile) ogniqualvolta provino a chiudere gli occhi. Tanti, troppi lamenti che ricordano a questo mondo il fallimento del progetto sociale per eccellenza, ossia quello del raggiungimento di un ipotetico bene comune, ormai e da sempre irraggiungibile. Cosa posso fare nel mio “piccolo”? Beh, l’unico regalo che posso fare agli altri è risparmiare il mio lamento, perché esso finirebbe per confondersi in un senso di smarrimento generale, gettando quintali di legna secca sul grande fuoco della disperazione umana. Volete il bene di chi sprofonda nel male? Iniziate a risparmiare il vostro lamento, fate il possibile per raggiungere la vostra felicità e i vostri obbiettivi, soltanto così riusciremmo a circoscrivere la disperazione generale, individuando coloro che veramente soffrono, intrappolati da una condizione terribilmente irrimediabile. Più persone felici ci sono meglio è, perché chi non può in alcun modo esserlo salterà maggiormente all’occhio. Per adesso viviamo la situazione opposta, che mi fa ragionare sulla natura utopica della mia riflessione. Tanti, troppi i lamenti delle persone che non hanno avuto la forza di superare la paura e il giudizio comune per riuscire a fare della propria vita quello che avrebbero preferito. Una classe media che vive in un mare di lacrime, chi ne fa parte rimane a galla, lamentandosi ,ma chi non ne fa parte? Ahimè, non può far altro che annegare, scomparendo negli abissi della disperazione dilagante.

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