Covid-19, la mia quarta fase

Una macchina è ferma al cancello di una villetta. L’operatore suona il campanello, tutto bardato, pronto ad effettuare l’ennesimo tampone della giornata. Assisto a questa scena 50 metri più la di casa mia, nella strada d’istieto. Passo accanto all’operatore con lo zaino in spalla, pieno di vita, diretto verso l’altra casa. Da mio padre lascerò lo zaino con tutti i libri, la mia erba e il Vaporizzatore. Cercherò di ricordarmi l’abbonamento della Tiemme per correre a prendere quello stupido Pollicino…la mascherina cazzo! Non posso scordarmela, mi è capitato già una decina di volte. Arrivo alla fermata di corsa, orgoglioso di essere in perfetto orario (una volta tanto), osservo le persone che siedono sul bus e mi accorgo di essere stupido nella mia diversità: la mascherina è rimasta sul tavolo di cucina. Torno in dietro di corsa, saluto con un sorriso affannato il postino di turno che a sua volta corre in qua e là concludendo consegne, entro, prendo la mascherina e riparto.

Sono ufficialmente sul bus, accanto a me c’è una ragazza molto carina, dietro di me c’è un tizio con un occhio stragonfio per un pizzico di vespa, stava tagliando una siepe. Adesso è qui sul Pollicino con la tenaglia in mano, un occhio gonfio, i vestiti sporchi e larghi. Quanto cazzo fa brutto? Sta parlando con un altro signore sulla cinquantina che evidentemente conosce e che, a quanto ho capito, fa lo scrittore, il che m’ incuriosisce assai. Il pollicino si ferma al Ponte di Romana e il giardiniere scende. Rimaniamo io, la ragazza e lo scrittore, che trio! Scenderemo tutti in piazza del Mercato e le nostre facce non si vedranno probabilmente mai più, così va la vita.

Eccomi nuovamente seduto nel mio pensatoio. In realtà tutta la mia esistenza può essere considerata un pensatoio ma il posto nel quale mi trovo abbatte la circostanza, perché è sempre la stessa. Seduto su questa panchina, sull’estremità della collina che mi ha visto crescere. Circondato dal verde, immerso nel silenzio orchestrato dagli uccelli. Nulla si muove, se non le macchine che passano sull’autostrada, qualche centinaio di metri più là, in linea d’aria. Pensandoci è un rumore di fondo veramente urtante. Nonostante stia scrivendo quest’appunto Lunedì 2 Novembre, nel pieno della seconda ondata travolgente di casi covid19, soprannominata “quarta fase”, ricordo ancora i mesi del primo lock down, della prima ondata, quella che terrorizzava tutti. Ricordo con estremo piacere il silenzio nel quale m’immergevo durante le lunghe camminate nei campi della zona. Anche a ridosso dell’autostrada il silenzio continuava a fare da padrone, interrotto di rado dal passaggio di un carico merci, quelli non si sono mai veramente fermati. Per un attimo, anche adesso, il tratto d’ autostrada si libera, il rumore svanisce con l’allontanarsi degli ultimi veicoli ma ecco che un cane inizia ad abbaiare incazzatissimo e una macchina sfreccia sulla strada che costeggia la collina sull’altro fianco. Io mi sto annoiando, come sempre. Un amico mi ha appena risposto con un audio, dice che dovrei aumentare i colpi di una singola serie di piegamenti piuttosto che diminuire il recupero tra una serie e l’altra. Gli do ragione. Credo che metterò su un po’ di musica.

Un ragazzo e una ragazza sulle altalene seguono per un attimo il ritmo di Lost in you di Khai Dreams, un’immagine poetica che dura un battito. Decido di fare due passi prima di rientrare a casa.

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