Il teatro dei rozzi

Come al solito, scegliere è l’attività mentale che meno mi si addice. Sono spaventato dalle conseguenze delle mie scelte e l’indecisione mi perseguita come il grigiore rincorreva Sartre. È una sorta di condanna ergastolana, quella della libertà di scelta.
Mi rendo conto che accostare una forma di libertà ad una condizione di prigionia sia una supposizione piuttosto azzardata ma non trovo altra spiegazione a questa mia angoscia esistenziale. Il futuro mi terrorizza così tanto che spesso mi abbandono all’ozio, nell’attesa di un fallimento che pregusto inevitabile. Costantemente bombardato dalle soddisfazioni altrui e dai loro obiettivi raggiunti, scivolo in una condizione di totale sfiducia in me stesso, sfuggendo a qualsiasi forma di autocompiacimento. Dalla musica alla fotografia, dalla moda alla recitazione, dalla scrittura digitale ai video più strampalati. Lavorare online è forse la soluzione per eccellenza alla disoccupazione, la possibilità più tangibile di mantenersi con l’unico impegno di condividere sprazzi di sé, più o meno mascherati che siano. Questa consapevolezza desta in me un’oscillazione continua della percezione che ho di me stesso. Come se fossero un pendolo, le mie certezze si muovono, dunque, in uno spazio delimitato da due opposti. Da un lato, la convinzione di avere materiale sufficientemente interessante da condividere, dall’altro, il dubbio ricorrente che la mia individualità non sia nulla di speciale e le mie doti non siano altro che illusioni di natura egocentrica. Avete presente l’albatro di Baudelaire? Così maestoso e soavemente libero nel cielo ma terribilmente impacciato e soggetto agli scherni dei marinai sulla terraferma? Io, come un poeta: orgoglioso, in solitudine, della mia sensibilità ma promiscuamente smarrito e imbarazzato nella collettività. Perdonatemi, i vostri successi non mi rendono felice. Nella mia testa, è come se occupassero gli ultimi posti che restavano nel grande teatro della condivisione. Un individuo, solo, non vale nulla. Un individuo, solo, sul palco di un teatro pieno vale molto, tanto da catturare l’attenzione di tutta la platea. Dove voglio stare io? Sul palco o in mezzo al pubblico? Preferisco, forse, restare anonimo dietro le quinte? La verità è che, mentre immagino questo grande teatro, il punto dal quale lo osservo mi sembra così distante, eppure così vicino. Forse non c’era davvero più posto, né tra gli attori, né tra gli scenografi e registi né tantomeno in mezzo al pubblico. Sono rimasto fuori ad osservare l’esterno di questa maestosa costruzione fin quando ho scelto di chiudere gli occhi. Lascio correre la fantasia, con la paura continua che qualcuno possa sbattermi addosso svegliandomi improvvisamente. Aprirei gli occhi vedendo nuovamente l’esterno di quel teatro.

Posso sentire il pubblico che applaude, vorrei farlo anch’io, ma le mie mani sono impegnate a scrivere. Lascio cadere il cellulare e resto immobile, osservando attonito la mia emarginazione.

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