Un pomeriggio dei peggiori

Ammazzo il tempo guardando fuori. Per un attimo, che dura spaventosamente troppo, mi sembra di essere un fantasma. La mia espressione è nulla, i muscoli della faccia completamente distesi (e non capita spesso, neanche la notte). Il dentista mi ha detto che, a vedere dalle terribili condizioni nella quali riversano i miei premolari, passo le notti a digrignare i denti, nella vana speranza di scaricare tutto lo stress accumulato nel corso degli anni.

Sento gli occhi gonfi e stanchi, ma non vogliono saperne di restare chiusi. Evidentemente lo sguardo è l’ultimo promemoria di vitalità che il mio corpo riconosce. La luce, fuori, si avvicina all’ora tarda, penso con angoscia che un altro giorno stia giungendo al termine. Le macchine sfrecciano sull’asfalto ma fatico a sentirne il rumore.

Mi aggiusto nel letto con stizza. Da troppe ore sono sdraiato, sento che avrei bisogno di alzarmi ma immediatamente scarto questa possibilità, consapevole che non proverei alcun tipo di sollievo viscerale nel farlo.

Adesso i muscoli della faccia sono letteralmente assopiti. Stringo le labbra con forza, piegandole verso l’interno della bocca. La pressione mi aiuta a scaricare leggermente la tensione e decido di fare qualche circonduzione con la mascella.

Ho una voglia travolgente di allontanarmi da casa ma non so dove andare. Lo sguardo cade sulla valigia vuota, nell’angolo destro della stanza, precedentemente aperta in preda ad un delirio di avventura. Se avessi un ‘death note’, probabilmente, ucciderei all’istante gran parte delle persone che conosco. È ‘colpa’ vostra se non parto.

L’odio ricopre rapidamente tutte le mie sensazioni, come un telo gigantesco che nasconde una serie di oggetti sconosciuti. Il silenzio della casa mi tortura i timpani. Mi sento particolarmente caldo, nonostante qualche brivido torni ciclicamente a percorre la schiena.

Il gatto grigio sale sul letto, si avvicina alla mia faccia ed inizia a fare le fusa. Non mi resta che forzare qualche lacrima, mentre questo animaletto peloso inizia a sbavarmi sulla maglietta. Sembra che stia godendo particolarmente, continuo dunque ad accarezzarlo con ritmicità.

Mi strappa un sorriso, talmente superficiale rispetto alla profondità dei miei pensieri che lo stomaco si riempie di vertigini.

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