Love?

La poetica di un messaggio

Una recente conoscenza palesa la sua chiara ed evidente volontà di ritornare a scrivere le lettere. Parla di questo ‘scambio cartaceo’ di opinioni e sentimenti con grande fascino. È un’attrazione che comprendo, un’erotizzazione della scrittura particolarmente curiosa. Ho pensato spesso (e tutt’ora mi accade) alla possibilità di parlare a voi, a te, a loro attraverso una lettera. Ne ho scritte diverse, indirizzate ad un numero di persone certamente superiore a cinque ma drasticamente inferiore a dieci. Eppure non ne ho ‘spedita’ neanche una. Non l’ho fatto per orgoglio contemporaneo. Per carenza di classicismo moderno o, anzi, per trasfigurazione di tradizione letteraria. In un’ottica metamorfica che, tuttavia, non ne stravolge la natura, ma semplicemente la attualizza rendendola accessibile ai più, ho firmato una sorta di contratto morale sulla stesura delle lettere stesse. Nel momento in cui ho colto la possibilità di elaborare concetti, sentimenti e riflessioni attraverso l’utilizzo di un messaggio, questo si è caricato di un significato che non avevo mai colto prima.

Travolto dalla concezione comune che si ha di questo mezzo comunicativo, ero convinto che non facesse per me: un banale e fugace scambio di parole cozzate, chiara rivelazione e oggettivazione di una frenesia illusoria che stimola minacciosamente il mio ribrezzo misantropico. Le persone corrono, nella propria vita, cercando di evitare il più possibile la sosta riflessiva, dove la disperazione, la nullità del tutto e l’insensatezza esistenziale metterebbero k.o. più vite di un sicario nel pieno della sua fiorente carriera. Questa superficialità salvifica si rispecchia ovviamente nello scambio di messaggi. Cosa ci vuole a scriverne uno, due, tre o quattro? Si può tranquillamente fare in qualunque momento della giornata. Durante una lezione, nel pieno di un allenamento, mentre si fa la spesa e, ovviamente, immersi nell’epifania di una quotidiana cagata.
No. Io ho deciso che questo approccio non fa per me. O meglio, lo sfrutto soltanto in casi di estrema necessità e/o superficialità: accordi sull’orario di un qualsiasi appuntamento, considerazioni ironiche e monotematiche, coinvolgimento emotivo minimo, circostanze nelle quali la registrazione di un audio non risulti problematica (solitudine necessaria e assoluta, quantomeno nella percezione soggettiva del contesto). Ma per il resto, cerco sempre di instaurare un rapporto letterario con il destinatario dei miei messaggi. Come lo sfogo della necessità di recuperare la dimensione riflessiva di una lettera, ormai ampiamente superata e archiviata nei cassetti della tradizione.

Se ci tengo particolarmente, se l’argomento discusso richiede una certa sensibilità, se i temi sono molteplici e il coinvolgimento sentimentale percepito vasto, ho bisogno di tempo. Chiedetelo a chiunque mi conosca. Spesso sparisco. Interrompo bruscamente la conversazione. Questo stop repentino ho ipotizzato che potesse dipendere da diversi fattori. In primis, un sano principio zen mi insegna che, per fare bene due cose, bisogna necessariamente scinderle. Scrivere, allenarsi, studiare, leggere, cantare, ballare, guidare, qualunque attività giornaliera, se presa singolarmente e caricata d’importanza, non può essere intaccata dal mondo virtuale. O meglio, può tranquillamente succedere, anzi, mi accade molto più spesso di quanto vorrei, ma se l’attenzione sul ‘qui ed ora’ sfiora l’apice che vado ricercando, col caspita che scrivo un messaggio.
Oltre a ciò, se la persona con la quale sto parlando suscita in me un interesse particolarmente accentuato, ecco che la natura sensibile e introspettiva della mia attitudine sentimentale chiede a gran voce tranquillità riflessiva, percezione statica dell’ambiente circostante, solitudine percettiva, osservazione interiore colta. Un’attitudine sociale che, ovviamente, è lo specchio della mia quotidianità non virtuale: preso un ‘tu ipotetico’ che scalda il cuore e accende l’interesse, desidero essere solo con ‘te’, così come con me stesso. Imparo con estrema lentezza, e attraversando uno sfiancante percorso ad ostacoli, a dialogare con ‘te’, come vorrei, in mezzo ad altri conoscenti. La stessa necessità, evidentemente, si rispecchia nei messaggi.
Ma per spiegare meglio quest’incredibile e sconvolgente importanza che attribuisco ad un ‘banalissimo’ messaggio, inserisco il tassello mancante, quello che soverchia, forse, l’ambiguità di questo enigma esistenziale. Un messaggio è scrittura, e la scrittura è atto liberatorio, momento dichiarativo riflessivo, ricerca spasmodica di parole al fine di descrivere ed approfondire, a priori o a posteriori (a seconda della circostanza), emozioni, esperienze e considerazioni altrimenti impossibili da esternare. Nello stesso momento in cui inizio a scrivere una qualunque cosa, si attiva un meccanismo inconscio nella mia testa, come un promemoria di introspezione, un richiamo alla mente della possibilità di rivelare spezzoni della mia essenza che, altrimenti, resterebbero intrappolati all’infinito nei meandri delle idee. Per me scrivere un messaggio, spesso, equivale a scrivere una lettera. Breve o lunga che sia, l’importante è che racchiuda al suo interno ogni possibile riflessione sull’argomento ‘dato’. Ci tengo che sia scritto bene, ricerco una determinata condizione interiore e circostante, proprio come farei per qualunque momento di ‘writing stuff’. Spesso ci metto del tempo, magari vedo la notifica del messaggio ma rimando la risposta ad un momento seguente. Continuo, imperterrito, a concludere ciò che stavo facendo, consapevole che ci sarà un ‘qui ed ora’ successivo nel quale scrivere sarà certamente la priorità.

P.S. Forse è per questo che si stancano quasi tutti, e piuttosto rapidamente, di parlare con me per messaggio. Ci metto del tempo, non riesco a scriverne uno mentre ho altre cose da fare. Quando la circostanza me lo permette, rispondo. E ci metto tutto me stesso, cerco il giusto lessico, la giusta sintassi, metto su ‘carta virtuale’ tutto ciò che vorrei dire dal vivo ma che, ahimè, non riesco ancora ad esplicare come vorrei.
Sono un fuso appassionato di letteratura, un individuo talmente elitario, per alcuni atteggiamenti esistenziali, che finisce per trovarsi sommerso dall’ambivalenza e dalla contraddizione.
Parole. Parole alla rinfusa dipingono il caos.

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