Le otto montagne

Il passeggero casuale

Ho capito soltanto adesso che la storia della mia famiglia è ambientata in montagna.

Lassù i protagonisti, le comparse, gli amici e i nemici hanno creato le condizioni necessarie affinché nascesse un figlio quasi per caso, per inerzia ed entropia. Lassù come avverbio di ipotesi vagabonda, lassù è una tendenza, un modo di chiudere gli occhi e immaginarsi la dolce corrispondenza tra elementi naturali.

Lassù c’è la libertà tolta a mia madre, la fuga di mio padre dalla sensibilità, la competizione dei nonni R e la repressione dei nonni B. Amore è stato fatto? Si, Amore era decisamente fattissimo.

Lassù qualcosa si è creato per rompersi. I frammenti della mia anima hanno una sola possibilità di raggrupparsi in armonia, un solo paesaggio del mondo può fare da sfondo: la montagna.

Da solo sono stato ovunque tranne che lì.

Il nucleo, il fulcro, il centro di gravità permanente. La cucitura tra le due parti di me, complementari come la salita e la discesa di uno stesso sentiero, la vetta e il piede di una montagna.

Chissà. Magari è lì che finirò di scrivere un romanzo. Quando vedo una montagna in lontananza vorrei sprofondare, volare, dissolvermi nel vento, sdraiarmi a terra improvvisamente, di nuca, per aprire la scatola cranica e far defluire la materia grigia sottoforma di cascata intelligente.

Guardare in alto. Alzare gli occhi al cielo come alla cima di una montagna. Lassù.

Lassù mi sento quando scrivo.

In un recente pomeriggio soleggiato ho preso appunti senza sapere. Ho usato la parola lassù senza sapere. Ho alzato gli occhi senza sapere. Ora è tutto più chiaro:

 

Almeno un aereo tutti i giorni

traccia un solco bianco nel cielo

per me

che alzo la testa in segno di libertà

forse in cerca di voluttà.

Almeno un passeggero tutti i giorni

guarda in basso mentre

io guardo in alto, siamo

entrambi un po’ malinconici

perché le terra continua a girare

a prescindere da ciò che facciamo.

Con il sole, l’azzurro e gli occhiali scuri

riconosco i lineamenti del grande mezzo

fino a provare un senso di vertigine

del tutto razionale

forse

pensando che un essere umano è lì

a pilotare 400 tonnellate di agglomerato

umano sospeso nel vuoto.

Mi rendo conto di osservare tutto questo

soltanto perché espressione di un viaggio

per il quale io sarei potuto partire,

osservo di fatto un’ipotesi di realtà

per me stesso.

Mi si agita l’anima pensando a chi è lassù

per merito esclusivo, bisogna riconoscerlo,

del passeggero casuale.

Almeno uno di loro tutti i giorni

partirà soltanto per il gusto di farlo

mica per lavoro, affari, amore o amicizia

no

solo per il gusto di essere un passeggero

tra tanti

ma che in quel momento incarna

tutti i pensieri vagabondi della città.

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